La Tod’s list

"Sciur padrun da li bèli braghi bianchi / fora li palanchi, fora li palanchi…”: sì, magari, che poi oggettivamente con le braghe bianche le pregevolissime Tod’s stanno una meraviglia – e persino con le braghette bianche corte, che un principio di yacht sempre si portano dietro: se il futuro manterrà le minacce (o le promesse, dipende) del presente, il fu Piccolo Pioniere di stampo rivoluzionario verrà sostituito dal Piccolo Marinaretto non meno rivoluzionario (a modello si potrebbe prendere quello famoso di Antonio Bueno).
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Qualche sera fa, a “Ballarò”, c’era da restare a bocca aperta a vedere e soprattutto ad ascoltare Diego Della Valle (della Tod’s List, I suppose) alle prese con Sandro Bondi. Non si fa – l’uomo, il cui manufatto ognuno vorrebbe avere ai suoi piedi, ha trattato l’ex ministro come se fosse una scarpa, s’intende non di sua produzione, sfondata. A Bondi si potevano rimproverare certo molte cose – persino l’estro poetico, se Della Valle è più portato verso il suo corregionale Leopardi, e certo nessuno avrebbe potuto segnalare obiezioni; di sicuro le argomentazioni politiche, che immune da ogni bunga bunga, Bondi è però capace di passare le serate a discutere con Quagliariello. E d’altra parte, lo stesso Della Valle diceva cose mica male, “non è il momento di rendere semplice il licenziamento delle persone, bisogna dare sicurezza e non insicurezza”. Poi, il tonfo: quando, a un’obiezione di Bondi (politica, magari discutibile, ma appunto politica: mica era partito con la declamazione di una quartina) ha replicato in quella maniera sgradevole: “Quando voglio discutere di cose che riguardano la qualità dei prodotti ne parlo con i capi delle ditte, non con i ragazzi di bottega” – come dire con i servi, anzi quasi meno che servo, praticamente apprendista servo. Di colpo, l’assennato imprenditore ha rivelato il cipiglio padronale – ragazzo di bottega, spostati. Il povero Bondi, che ha sempre l’aria un po’ sorpresa dalle cose del mondo, e perennemente dolente per tutte le cattiverie che sente dire sul Dottore Berlusconi, si guardava in giro meravigliato, fissava il fondo dello studio – magari pensando, sentendo parlare di ragazzo di bottega, che fosse arrivato quello del bar all’angolo con il caffè. Un’incredibile caduta di stile, quella di Della Valle, da lasciare un po’ storditi: come se a un paio di Tod’s nuove si rompessero i lacci, come se alla prima pioggia autunnale il calzino si bagnasse.
Perciò, riecco il padrone. Che già, a marcare la differenza con la manovalanza in studio se ne stava scamiciato – con quei colletti della camicia evocativi delle orecchie di Dumbo, ma almeno senza quel metro quadrato di pochette che solitamente gli spunta dal taschino della giacca – e siccome era collegato da fuori si materializzava su uno schermo situato in alto, come per uno sguardo sdegnoso e giudicante sul carnaio sottostante, così che veniva inevitabilmente in mente la voce misteriosa che cala dal cielo di quel bel film di Vittorio De Sica: “Alle diciotto inizia il giudizio universale-ale-ale-ale…” – con rimbombo via audio e via divina. Delle Formazioni Garibaldine Miliardarie, da figurarsi recentemente all’assalto agitando lo skypass a Cortina o tentare lo sbarco presso il promontorio di Porto Cervo, una scia di Acqua di Parma dietro, molto si è scritto – e sempre occorre tener conto che se rivoluzione sarà, non bisogna proprio disprezzare le masse: oggi i ragazzi di bottega (come i mitici ragazzi con le magliette a strisce del Sessanta potrebbero fare la differenza), ieri le parrucchiere – disse Della Valle al ministro Sacconi in altra occasione, “ma mica siamo tra parrucchiere!”, sottovalutazione sociale che comprensibilmente il Cav., causa mancata frequentazione professionale delle stesse, potrebbe fare, ma che Della Valle che ha una chioma fluente e particolarmente curata (è dello stesso genere di quella montezemoliana: evocativamente situata tra quella di Ivan Zazzaroni alla “Domenica sportiva” e, stante la perfetta scriminatura, quella di Paola Pitagora quando faceva Lucia Mondella nei “Promessi sposi” di Sandro Bolchi, Rai 1967) avrebbe il dovere estetico e la sensibilità politica di tenere nel dovuto conto. Sennò, questa paventata (e sospirata) rivoluzione dove si dovrebbe organizzare, presso il prossimo workshop annuale dello Studio Ambrosetti? Una caduta di tono, quella di Della Valle, e un errore politico (tenga a mente, l’uomo delle Tod’s, Giovanni Verga: “Al servo pazienza, al padrone prudenza”) che inevitabilmente porta a riflettere tanto sul ruolo del padrone, quanto sulla superiorità – sociale, non bondiana: non ci attardiamo e non ci esaltiamo – del servo.
E infatti, prima che politico – dove pure già a fine Ottocento, scrivendo il suo “Inno dei lavoratori”, senza peraltro l’appoggio di Apicella, Filippo Turati si esaltava, “su fratelli, su compagne / tutti i poveri son servi / cogli ignavi e coi protervi / il transigere è viltà”, pur se, con una qualche accortezza terzopolista, presago si scagliava, “maledetto chi gavazza / nell’ebrezza dei festini” – quello compiuto a “Ballarò” è un errore culturale. Persino volendo mettere mano al Vangelo, ma anche solo restando alla letteratura e al cinema e alla musica, quasi sempre il servo è stato elogiato e quasi sempre il padrone ha fatto la figura dello sciocco o del dissennato – dell’insensibile, va da sé, inevitabilmente. Tanto per dire – ma forse troppo avvicinandosi alla caratura intellettuale di una parrucchiera, poi deragliata verso gli Armony: mai dimenticare la lezione di Pelham G. Wodehouse e del suo inimitabile Jeeves, il maggiordomo (maggiordomo è titolo che si dà al servo nobilitato, e forse il più lessicalmente preciso maggiordomo avrebbe dovuto dire, volendo dire quello che errando voleva dire, Della Valle allo stupefatto Bondi) in perenne salvataggio del suo padrone, Bertie Wooster, la cui stupidità è testimoniata dal nome stesso e dai tornei di freccette presso il Drones Club. E dunque, è chiaro come dalla parte del servo – se non per intelligenza almeno per convenienza – bisogna sempre stare. Così che un genio della canzone come Paolo Conte, con uno splendido charleston intitolato appunto “Jeeves”, alla servitù rende onore e della incapacità padronale dà testimonianza: “Circolo / quaranta inglesi che si annoiano… / lampo di genio, vieni a prendermi / salvami in fretta, non ne posso più / di questo ambiente… / Leggono giornali stupidi per stupidi / e ogni tanto si addormentano, ronfano, / sognano cretinate… (…) Fammi il piacere, Jeeves, / salvami ancora Jeeves…” – e a parte un’eco di Elias Canetti (“Gli schiavi redimeranno i padroni”), il testo di Conte è, socialmente parlando, una sorta di opportuna e rivisitata Internazionale, capace di sostenere musicalmente e spiritualmente l’opportuna contrapposizione, tra la poppa e la prua dello yacht padronale, tra i due fronti avversi. Il servo serve – altroché se serve, e anzi direbbe Totò, con incolpevole venatura berlusconiana, che “la serva serve, soprattutto se è bona, serve”.
Cosa farebbero i padroni, di boria ricolmati e di praticità sprovvisti, senza i loro servi – e parafrasando una famosa predica di Bossuet, si potrebbe pur dire che “la vostra ricchezza, signori, non è costituita dai castelli e dagli ori che possedete, ma dalla pazienza dei vostri servi” – è difficile da immaginare. La pochettona per la giacca chi la stirerebbe? Precisa testimonianza si trova nel sito della benemerita Associazione nazionale maggiordomi, là dove si rammenta che “il butler, uomo o donna, è anche un prezioso Event Planner (oddio!, c’è quasi da coprire di lodi ‘ragazzo di bottega’, ndr), per prenotare i migliori ristoranti o per organizzare un evento importante, per avere biglietti ed evitare lunghe ore di attesa in musei ed opere d’arte” – attesa in opere d’arte?, mah. E comunque, è “il butler che prenota un elicottero per raggiungere i migliori porti per una gita in barca a vela, o per prenotare un’auto di lusso verso luoghi incantati” – davvero, mai più senza. Veritiera testimonianza su come il terreno di confronto sia complesso.
E questo, senza tener conto degli aspetti, diciamo così, psicologici prima che sociali (o psicologici, oltre che sociali) che possono fare una sola cosa del padrone e del suo servo. E lo spaventevole “Il servo” di Joseph Losey, con i dialoghi di Harold Pinter, ne è una riprova – il servo Hugo che, pur restando servo, e sempre apparentemente servendo, s’impadronisce psicologicamente del padrone Tony. E certo, ben più complessa di quella del suo padrone – più o meno un coglione che si fa filonazista nell’Inghilterra alla vigilia della guerra – è la figura di Stevens, il maggiordomo di “Quel che resta del giorno”, il romanzo di Kazuo Ishiguro, interpretato sullo schermo da un meraviglioso Anthony Hopkins. E quando “quel che resta del giorno” è così poco che non ci sarà la possibilità per riparare a una vita di sola servitù (e di glorificazione della propria servitù), rimane tristezza e rimpianto e vuoto: “Mi sono fidato della saggezza di Sua Signoria. Tutti gli anni nei quali sono stato a suo servizio, ho creduto davvero di fare qualcosa di utile. Non posso nemmeno affermare di aver commesso i miei propri errori. E davvero, uno deve chiedersi: quale dignità vi è mai in questo?”. Ma lo stesso, giganteggia Stevens rispetto all’inetto e vanitoso e pericoloso Lord Darlington.
E’ nelle case dei ricchi, che il rapporto tra servo e padrone (a meno di non volersi mettere a evocare i “servi pastori” o le servette genere “Malizia”, ma è tutt’altro genere) s’intreccia e si complica. E a parte il maggiordomo di Berlusconi che riceve dal Lavitola tre cellulari tre a uso (deprecabile) e consumo (deplorevole) del suo capo di casa, e siamo alla cronaca, l’ennesima gloriosa testimonianza si ritrova in “Gosford Park” di Robert Altman, dove persino il delitto finisce in secondo piano rispetto alle dinamiche tra il ceto padronale e la sottostante servitù: maggiordomi, serve, valletti, cuoche e sarte, e ognuno di loro per comodità e abitudine porta il nome del padrone che serve – dove il delitto si annida, ma è tra i padroni che il male ha origine, e il sangue si era troppo mischiato. Oggi la parola servo – o ragazzo di bottega o maggiordomo o persino, a massima offesa, non di rado praticata, leccaculo – ha perso il significato sociale di quei giorni (nel 1911, in Inghilterra risultavano stabilmente a servizio due milioni e mezzo di persone: un’enormità), per assumerne uno sociologico, mediatico – servo! servo! servo! Di Berlusconi, nel caso. Dei comunisti. Delle procure. Del Vaticano. Della finanza. Ognuno una servitù si è vista attribuita – a volte praticandola, il più delle volte non praticandola. Ma è sempre, inevitabilmente, un cadere nella trappola, un inciampare nella propria ira, un sovravanzare della lingua (a volte, mica sempre) rispetto al proprio pensiero. Perché soprattutto un particolare colpiva, nella sortita dellavalliana: se con i ragazzi di bottega non parla, perché ha accettato, mediaticamente, di sedersi quella sera al desco di “Ballarò” in compagnia di un acclarato ragazzo di bottega – con cui non s’ha da discutere di cose importanti, la qualità dei prodotti, diciamo, di politica, non sia mai: così prendendo la posa di un cardinal Rivarola che allo scarparo (inteso ciabattino, nello specifico) Cornacchia, nel film “Nell’anno del signore”, pur degnandosi, almeno lui, Sua Eminenza, di “parlare anche con te, che sei un umile scarparo”, fa notare: “Quando tu hai rifatto due suole e un paro de stivali, hai fatto più del dovere tuo, io invece…” – ma pure lì è lo scarparo che fa un figurone, rivelandosi alla fine nientemeno quale temerario Pasquino.
Chiaro, il poetare di Bondi (pur di felice e immediata e generosa intuizione, che all’impronta potrebbe gettare lì due versi anche in presenza di forte dissenso, e se Della Valle avesse avuto un atteggiamento un po’ meno ottocentesco un componimento genere “Lucida suola / luminosa tomaia…” lo avrebbe poeticamente innalzato) nulla ha da spartire con le feroci pasquinate, ma lo stesso non si dà del ragazzo di bottega a un interlocutore – e se interlocutore non lo vuoi, basta declinare e passare oltre. Un servo non sarà, mediaticamente, mai battuto. Solo il fenomeno berlusconiano, ora alla gnocca votato e politicamente fritto, fino a questo momento ha elevato a livello di popolo un padrone – e molto ancora si rischia che avvenga. Ma è faccenda difficile da replicare, e incontestabilmente Diego e Luca e consimili hanno l’aria troppo da padroni per far accorrere le folle a sostegno – persin senza promessa di gnocca: pensano di puntare tutto sulla simpatia. Meglio fare il contrario, provare ad atteggiarsi un po’ a ragazzi di bottega – caffè, dottore?, quanto zucchero? – che a capi della bottega stessa. Il contrario di Leporello, “voglio fare il gentiluomo / e non voglio più servir!” – così, mica per mettersi effettivamente a servizio (anche se un gran democristiano e doroteo, Remo Gaspari, non tipo da seminari di studio, ma che sulla spiaggia di Vasto se ne mangiava a vagonate di padroncini più acculturari, si raccomandava: “La politica è il servo negro del cittadino”), piuttosto per non ingenerare il sospetto che, da pari a pari, quel tal candidato mai ci sentirà. Un altro democristiano – lui sì da seminario, persino vittima di ripetuti seminari, De Gasperi, lo sapeva, “siamo tutti umili servi”. E nel Vangelo si trova segnalato: “Siamo servi inutili” – ma sempre più simpatici di molti padroni. Magari con un’altra paginata sul Corriere (avviso a pagamento, non satira gratis come sul Foglio), Diego – per un umile addestramento cominciamo con il darci del tu? – si spiegherà meglio, chiederà scusa: non faccia il Berlusconi, che le scuse solo le pretende. E davvero c’è da sperare che non dia più del ragazzo di bottega a un interlocutore. Anche perché quello, alla vista di tutti quei braccialetti da serata riminese sotto la sartoriale camicia, potrebbe sempre replicare: scusi, ma per le cose serie io non parlo con i patiti di bigiotteria…